“L’obiettivo della formazione scolastica e professionale deve essere l’occupabilità.” USAM, Corriere del Ticino, 24.03.2026
È una frase semplice. Ma se la prendiamo sul serio, cambia tutto. Perché non basta portare i giovani a ottenere un diploma. Bisogna portarli dove serve davvero.
E oggi, in Ticino, questo allineamento non c’è. Secondo l’ultimo rapporto svizzero sul sistema educativo, il 90,1% dei giovani raggiunge un titolo di livello secondario II. Un dato importante, ma ancora sotto l’obiettivo del 95%. E non solo: è un dato in calo.
Questo significa che sempre più giovani fanno fatica a portare a termine un percorso formativo. E questo è un tema che non possiamo più permetterci di ignorare. Perché le conseguenze vanno ben oltre una percentuale mancata.
Vuol dire giovani che si fermano a metà, che perdono fiducia, che entrano nel mondo del lavoro senza una direzione chiara. Ma soprattutto vuol dire una cosa molto concreta: finiscono nella fascia dei non qualificati — o dei qualificati, ma non abbastanza per rispondere alle esigenze del mercato.
In Ticino, più che altrove, significa esporsi a un rischio reale di precarietà e povertà. Perché la manodopera non qualificata o poco qualificata è facilmente reperibile oltre confine, spesso con pretese salariali inferiori rispetto a chi vive qui. E quando resti indietro all’inizio, recuperare diventa sempre più difficile.
Un sistema sbilanciato
A questo si aggiunge un altro problema, meno visibile – ma conosciuto - e altrettanto critico.
In Ticino, nel 2025, sono stati conseguiti 498 AFC nel commercio e 118 nella vendita. Numeri importanti, che da soli raccontano una direzione chiara. Ma se li mettiamo a confronto con i settori dove la carenza di personale è già evidente — artigianato, tecnica, costruzione, industria — emerge uno squilibrio che non possiamo ignorare: tutti questi settori insieme non arrivano nemmeno alla metà del commercio.
Tradotto: stiamo formando tanto, ma non dove serve.
Attenzione: il commercio è fondamentale. Nessuno lo mette in discussione. Ma deve esserlo con i numeri giusti. Perché non si può continuare a “caricare” un settore che poi non riesce ad assorbire tutte le persone formate, mentre altri restano scoperti.
Si può anche sostenere che la formazione commerciale rappresenti una prima tappa del percorso di molti giovani. Ma allora bisogna dirlo chiaramente. Senza creare aspettative che il mercato non può mantenere. E soprattutto bisogna accompagnarli dopo, aiutandoli a proseguire, a specializzarsi, a spostarsi dove ci sono reali opportunità.
Le conseguenze (che paghiamo tutti)
Quando questo equilibrio salta, le conseguenze non restano teoriche. Arrivano subito.
I giovani fanno più fatica a trovare lavoro nel proprio ambito, si ritrovano a deviare dal percorso scelto e, nel tempo, perdono motivazione. Il titolo stesso rischia di perdere valore, perché quando un settore è saturo non basta più avere un diploma per distinguersi.
Dall’altra parte, le aziende nei settori tecnici e artigianali continuano a non trovare personale. Faticano a crescere, a garantire continuità, a costruire competenze nel tempo.
E poi succede qualcosa che spesso viene raccontato in modo sbagliato. Quando le persone non si trovano sul territorio, si cercano altrove. Non per strategia, ma per necessità.
E questo porta a una sostituzione interna naturale, non pianificata. Non è una scelta. È una conseguenza di un sistema che non forma dove serve.
Il nodo vero: come orientiamo le scelte
Questo squilibrio non nasce nel mondo del lavoro. Nasce molto prima.
Nasce nelle scelte. Nella percezione che alcuni percorsi siano più sicuri o più prestigiosi. Nella scarsa conoscenza delle reali opportunità. In un apprendistato che viene ancora troppo spesso visto come alternativa e non come prima scelta. E anche in un’offerta di posti di apprendistato che non sempre è sufficiente, spingendo molti giovani verso scuole a tempo pieno.
Il risultato è un sistema che non si parla. Alcuni percorsi si riempiono, altri si svuotano. E quelli che garantirebbero davvero occupabilità restano indietro.
Alla fine, la questione non è quanti diplomi otteniamo. La vera domanda è: dopo quel diploma, cosa succede? Se un giovane non trova il suo posto, o peggio ancora deve lasciare il Ticino, l’obiettivo non è raggiunto. Anche se i numeri dicono il contrario.
Possiamo arrivare anche al 95%. Ma senza cambiare direzione, il rischio è chiaro: un sistema che funziona nei numeri… e fallisce nella realtà.
E il prezzo lo pagano i giovani. E lo paga tutto il Ticino.