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Sara Rossini12 gen 20263 min read

Quando cerchiamo fuori ciò che stiamo perdendo dentro

Negli ultimi anni molte aziende si trovano tutte nella stessa situazione: fanno sempre più fatica a trovare personale. Mancano candidati, mancano competenze, mancano persone disposte a restare. Così l’attenzione si sposta quasi automaticamente verso l’esterno. Si cercano giovani, si investe in nuove campagne, si ripensa alla politica del personale per risultare più attrattivi. Tutto comprensibile. Ma c’è un rischio enorme che spesso passa inosservato.

Mentre si guarda fuori, ci si dimentica di guardare dentro.

In molte realtà, soprattutto quelle con una storia lunga alle spalle, le persone che lavorano in azienda da anni vengono considerate una certezza, un capo saldo. Sono lì, conoscono il mestiere, fanno il loro lavoro, non creano problemi. Tengono tutto in piedi. Proprio per questo finiscono lentamente ai margini dell’attenzione. Non perché non siano importanti, ma perché sembrano “a posto”. E quando qualcuno sembra a posto, smette di essere una priorità.
L’abitudine fa il resto.

Si dà per scontato che queste persone sappiano cavarsela da sole, che non abbiano bisogno di essere accompagnate, ascoltate o valorizzate. In fondo, se sono lì da tanto tempo, vuol dire che stanno bene. O almeno così si pensa. La realtà, però, è spesso molto diversa.

Le persone storiche sono le detentrici del know-how aziendale, della cultura interna, del modo corretto di lavorare. Sono quelle che hanno visto l’azienda crescere, cambiare, adattarsi. Sono quelle che trasmettono, spesso senza rendersene conto, l’attitudine giusta verso il lavoro alle nuove generazioni. In un contesto di carenza di personale, queste figure diventano ancora più centrali. Eppure, sono anche quelle che più facilmente si sentono invisibili, quelle che anche se si sentono male, stringono i denti, perché l’azienda se la sentono loro. Ma che quando qualcosa si rompe, non possono più tornare indietro. 

Il problema è che questo disagio raramente si manifesta in modo evidente. Non ci sono scenate, non ci sono lettere di protesta, non ci sono richieste eclatanti. C’è piuttosto un lento spegnersi. Meno coinvolgimento, meno energia, meno senso di appartenenza. A volte arriva il cosiddetto “quieto vivere” – che è sempre meno - altre volte la decisione di cercare altrove – che è sempre di più. E quando queste persone se ne vanno, l’azienda si accorge di quanto fossero fondamentali solo nel momento in cui non ci sono più.

Qui si crea il doppio problema.
Da una parte, le aziende faticano a trovare nuove persone all’esterno. Dall’altra, rischiano di perdere quelle che già hanno all’interno, e che spesso valgono molto di più di qualsiasi nuovo inserimento. Non perché i giovani non siano importanti, ma perché il capitale umano già presente rappresenta una risorsa immediatamente operativa, competente e profondamente radicata nel contesto aziendale.

La contraddizione è evidente: si investe tempo ed energia per attrarre nuovi collaboratori, mentre si trascurano quelli che potrebbero essere fidelizzati e rilanciati con molta più efficacia. Il problema non è la mancanza di persone, ma l’incapacità di valorizzarle davvero. Ed per questo che il malessere è ancora di più, perché il fatto di non sentirsi valorizzati lo si prende come un tradimento: "io do tutto per questa azienda e dall’altra parte non vengo neppure visto."

Studi recenti mostrano che il non sentirsi riconosciuti è uno dei fattori principali di stress e malessere sul lavoro. La mancanza di valorizzazione aumenta il rischio di esaurimento emotivo e spinge molte persone a ridurre l’impegno o a cambiare impiego. Al contrario, sentirsi visti e apprezzati ha un effetto diretto sul benessere, sulla motivazione e sulla volontà di restare.

Eppure, quando si parla di strategie per il futuro, questo tema resta spesso in secondo piano. Si parla di immagine aziendale, di attrattività, di nuove generazioni. Raramente ci si chiede come stanno davvero le persone che tengono in piedi il presente.

Il rischio dell’abitudine è proprio questo: convincerci che ciò che funziona oggi continuerà a funzionare anche domani, senza bisogno di cura. Ma le aziende, come le relazioni, non si mantengono da sole. Hanno bisogno di attenzione, di riconoscimento, di dialogo.

Forse la domanda da porsi non è solo come attirare nuovi collaboratori, ma come evitare di perdere quelli che già ci sono. Perché cercare fuori ciò che si sta perdendo dentro è uno degli errori più costosi che un’azienda possa fare oggi.

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